Ultrasuoni: F.A.Q.

Cosa è l’ultrasuonoterapia?
L’ultrasuonoterapia è un tipo di terapia fisica strumentale, che utilizza a scopo terapeutico gli ultrasuoni.

Quale effetto ha?
Ha effetto termico e meccanico, che in pratica favoriscono la stimolazione del metabolismo cellulare per velocizzare la guarigione del tessuto.

Provoca dolore?
Non provoca dolore.

In quali casi si somministra?
L’ultrasuonoterapia viene somministrata nel trattamento delle seguenti problematiche:
– disordini dei tessuti molli
– artrosi
– spalla dolorosa
– dolore miofasciale
– sindrome del tunnel carpale
– capsulite adesiva
– borsiti e tendiniti calficiche
– trattamento delle cicatrici
– distorsioni
– epicondiliti
– tenosinoviti.

Quando è controindicata?
E’ controindicata nei seguenti casi:
– gravidanza
– processi flogistici acuti
– lesioni cutanee
– alterazioni della sensibilità
– neoplasie
– in presenza di mezzi di sintesi metallici e/o di protesi articolari, dato il loro maggior potere di assorbimento rispetto ai tessuti circostanti, che può portare a surriscaldamento e scollamento dovuti all’effetto vibratorio indotto dagli ultrasuoni.

Ci sono precauzioni di utilizzo?
Nessuna precauzione particolare.

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Il dottor Ugo D’Alessandro e il dottor Giovanni Angiolini parlano di lesioni muscolari a “Buonasera dottore”, su TV2000

Le lesioni muscolari, note comunemente con il nome di strappi muscolari, sono delle lacerazioni delle fibre muscolari, che si verificano dopo una contrazione massiva (ovvero della totalità delle fibre) del muscolo quando si lavora a freddo, cioè senza aver fatto prima un riscaldamento, oppure nel caso in cui il muscolo sia particolarmente affaticato.

I muscoli più frequentemente interessati dalle lesioni muscolari sono:

  • gli ischiocrurali, cioè i muscoli della regione posteriore della coscia
  • il quadricipite femorale
  • il tricipite della sura, cioè il gruppo muscolare del polpaccio (composto dai gemelli, o gastrocnemi, e dal muscolo soleo)

Con minore frequenza possono essere interessati anche i muscoli degli arti superiori (a carico del bicipite e del tricipite brachiale); ciò avviene per lo più in soggetti sportivi.

Una lesione muscolare in atto è caratterizzata dalla presenza di un dolore lacerante, associato ad impotenza funzionale (non si riesce a compiere gesti normali per l’arto) e tumefazione dell’area colpita.

Se si è vittima di una lesione muscolare, bisogna rivolgersi all’ortopedico, che dopo aver effettuato una visita specialistica, prescrive degli esami diagnostici, per verificare l’entità dello strappo: in genere si effettua un’ecografia, ma nei casi più gravi il paziente viene sottoposto ad una risonanza magnetica. In caso di lesione muscolare si applica un protocollo di trattamento internazionale, denominato P.R.I.C.E.:

P = Protection (protezione)
R = Rest (riposo)
I = Ice (ghiaccio)
C = Compression (compressione)
E = Elevation (elevazione)

In alcuni casi l’ortopedico può anche prescrivere dell’eparina, per evitare il rischio di trombosi venosa profonda. A questo protocollo di trattamento va aggiunto un protocollo riabilitativo, composto da:

  • terapia manuale: in una prima fase massoterapia decontratturante (favorisce il ritorno venoso) a monte e a valle della lesione, senza interferire col processo lesionale e senza danneggiare il tessuto danneggiato; nelle fasi successive si può ricorrere ad altri tipi di massaggio (come il massaggio trasverso profondo) e ad altre tecniche di terapia manuale, a seconda delle esigenze del paziente.
  • terapia fisica strumentale: tra i trattamenti strumentali può essere utile la tecarterapia, anche se il suo utilizzo va valutato in base al quadro clinico del paziente, in quanto per la tecarterapia non esiste un protocollo standard, ma si effettua un trattamento personalizzato.
  • esercizio terapeutico: stretching (inizialmente passivo, aiuta ad evitare la formazione di una cicatrice caotica sul muscolo, fatto importante nella prevenzione delle recidive), potenziamento muscolare, riatletizzazione, in base alle esigenze del paziente.

Il trattamento riabilitativo può essere fatto con cadenza giornaliera e va modulato sul quadro clinico del paziente.

Le lesioni muscolari si possono prevenire mantenendo il fisico allenato, facendo un buon riscaldamento prima dell’attività fisica, facendo dello stretching adeguato per allungare la muscolatura e mantenerla funzionale ed infine sottoponendosi ad una alimentazione adeguata e finalizzata al mentenimento di un buon tono muscolare.

Il dottor Giovanni Angiolini parla della coxartrosi a “Buonasera Dottore” su TV 2000

L’artrosi è una patologia che colpisce più di 4 milioni di persone in Italia. Una delle articolazioni più colpite è l’anca; si parla quindi di coxartrosi. Fortunatamente la tecnologia consente oggi di trattare chirurgicamente questa patologia attraverso soluzioni mini invasive, che consentono il recupero della funzionalità dell’articolazione, attraverso la sua ricostruzione, e quindi la ripresa di una normale attività quotidiana, eliminando il sintomo più invalidante della patologia: il dolore.

Come spiega il dottor Giovanni Angiolini, la coxartrosi inizia da un danno alla cartilagine articolare, che progredisce con il passare del tempo, portando alla quasi totale scomparsa della stessa; contemporaneamente l’articolazione vie colpita da una infiammazione, i cui sintomi sono:

– dolore ingravescente (peggiora con il passare del tempo)
– limitazione funzionale crescente, che può portare all’anchilosi dell’anca, ovvero blocco articolare, che porta a deambulare utilizzando per compenso il bacino e sovraccaricando l’altra anca.

Quando compaiono i sintomi è bene rivolgersi al medico specialista il prima possibile, perché nelle fasi iniziali il trattamento della coxartrosi può essere di tipo conservativo. Inoltre, poiché la coxartrosi è perl più di origine secondaria e deriva da piccole malformazioni articolari presenti sin da bambini, sarebbe consigliabile che sottoporsi a visita ortopedica sin dai 15 – 16 anni, a scopo preventivo, qualora fossero presenti dei sintomi, perché in questo caso si potrebbe effettuare un trattamento mini invasivo in artroscopia che preverrebbe la comparsa della coxartrosi. Alla prima visita, lo specialista analizza l’anamnesi del paziente, per escludere patologie della colonna lombare e porre quindi una diagnosi differenziale; quindi lo valuta, dapprima facendolo camminare, per evidenziare una eventuale zoppia o una caduta del bacino, successivamente facendolo distendere in decubito supino sul lettino, dove effettua delle manovre che servono per verificare il range di movimento dell’anca: flessione e successiva intrarotazione e extrarotazione (la flessione nel paziente affetto da coxartrosi può essere limitata e dolorosa e l’intrarotazione bloccata); in decubito laterale si testa invece il muscolo medio gluteo chiedendo al paziente di effettuare un’abduzione a ginocchio flesso, contro resistenza manuale del medico.

Se la coxartrosi è di entità moderata possibile fare delle terapie conservative di tipo farmacologico, come infiltrazioni a base di acido ialuronico o, meglio ancora, di cellule staminali, che nelle prime fasi della coxartrosi posso aiutare a ripristinare la cartilagine articolare danneggiata, ma questo solo nelle prime fasi della patologia.

Se invece la coxartrosi è in stato ormai avanzato, è necessario ricorrere all’intervento chirurgico, che consiste nell’impianto di una protesi che sostituisca l’articolazione irreparabilmente danneggiata. Le protesi di ultima generazione sono costituite da materiali a bassissimo impatto sul corpo umano (titanio per la parte femorale, acciaio per la parte che si inserisce nel cotile nel bacino e polietilene per la porzione che simula la testa del femore); sono di dimensioni compatte e la loro struttura consente di avere una notevole mobilità di articolare e una ridotta alterazione dell’apparato protesico negli anni.

L’intervento di protesi d’anca può essere effettuato a tutte le età, anche oltre i 90 anni, laddove non siano presenti controindicazioni. I protocolli di messa in carico del paziente post chirurgico prevedono di far deambulare il paziente il prima possibile, addirittura un’ora e mezza dopo l’intervento chirurgico, con l’ausilio di un deambulatore,mentre le attività quotidiane possono essere riprese nell’arco di 10-15 giorni. Per quanto concerne il protocollo riabilitativo post chirurgico, il paziente viene sottoposto inizialmente a mobilizzazione dell’arto passiva, attiva assistita e attiva, quindi a rinforzo muscolare, training deambulatorio e esercizio propriocettivo per consentire al paziente di recuperare l’autosufficienza nel minor tempo possibile.

Tecarterapia: F.A.Q.

Cosa è la tecarterapia?
La tecarterapia è un tipo di terapia fisica strumentale, che utilizza a scopo terapeutico le radiofrequenze.

Quale effetto ha?
Ha diversi effetti: antinfiammatorio, antiedemigeno (riduce la formazione di edema), antalgico (diminuzione del dolore) e miorilassante (riduce la tensione muscolare).

Provoca dolore?
Non provoca dolore. A seconda della modalità di lavoro del macchinario e della potenza utilizzata il paziente può avvertire un tepore più o meno elevato a livello cutaneo, dovuto ad un effetto secondario e non all’effetto terapeutico. Il calore è infatti  il risultato della dissipazione dell’energia prodotta dall’emissione delle radiofrequenze.

In quali casi si somministra?
La tecarterapia viene somministrata nel trattamento delle seguenti problematiche:
– distorsioni
– lesioni tendinee
– infiammazioni di tendini e borse
– esiti di traumi ossei e legamentosi
– problematiche osteoarticolari
– post intervento chirurgico.

Quando è controindicata?
E’ controindicata nei seguenti casi:
– gravidanza
– in portatori di pacemaker
– neoplasie
– arteriopatie scompensate
– laddove sia presente una parestesia (sensazione di formicolio, di addormentamento) nella zona trattata.

Ci sono precauzioni di utilizzo?
Sì:
– durante la somministrazione il paziente deve evitare l’utilizzo di dispositivi elettromagnetici quali telefoni cellulari e tablet, perché l’emissione delle radiofrequenze potrebbe inficiarne il funzionamento.

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Ionoforesi, sonoforesi, fonoforesi: F.A.Q.

Che differenza c’è tra ionoforesi, sonoforesi e fonoforesi?
Ionoforesi e sonoforesi (o fonoforesi) sono due tipologie di terapia fisica strumentale, che somministrano un farmaco attraverso un veicolo specifico: nel caso di somministrazione attraverso corrente elettrica si parla di ionoforesi, mentre per somministrazione attraverso ultrasuoni si parla di sonoforesi (o fonoforesi).

Quale effetto hanno?
La veicolazione del farmaco attraverso un mezzo specifico ha come obiettivo l’aumento della penetrazione del farmaco stesso attraverso i tessuti oggetto di stimolazione da parte del mezzo. L’aumento effettivo di penetrazione e di conseguenza anche l’efficacia del farmaco non dipende solo dal’utilizzo del mezzo specifico, ma anche da caratteristiche peculiari del farmaco.

Provocano dolore?
Non provocano dolore. In caso di ionoforesi il paziente avverte lo stesso formicolio che avverte quando fa la T.E.N.S.

In quali casi si somministrano?
Si somministrano quando c’è la necessità terapeutica di associare il farmaco al mezzo specifico.

Quali sono le controindicazioni? 
Le controindicazioni sono le stesse relative alle singole terapie strumentali (T.E.N.S. e ultrasuoni); inoltre vanno considerate anche le controindicazioni specifiche del farmaco che si va a somministrare.

Ci sono precauzioni di utilizzo?
Le precauzioni di utilizzo sono le stesse valide per le singole terapie strumentali.

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