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Il dottor Giovanni Angiolini parla della coxartrosi a “Buonasera Dottore” su TV 2000

L’artrosi è una patologia che colpisce più di 4 milioni di persone in Italia. Una delle articolazioni più colpite è l’anca; si parla quindi di coxartrosi. Fortunatamente la tecnologia consente oggi di trattare chirurgicamente questa patologia attraverso soluzioni mini invasive, che consentono il recupero della funzionalità dell’articolazione, attraverso la sua ricostruzione, e quindi la ripresa di una normale attività quotidiana, eliminando il sintomo più invalidante della patologia: il dolore.

Come spiega il dottor Giovanni Angiolini, la coxartrosi inizia da un danno alla cartilagine articolare, che progredisce con il passare del tempo, portando alla quasi totale scomparsa della stessa; contemporaneamente l’articolazione vie colpita da una infiammazione, i cui sintomi sono:

– dolore ingravescente (peggiora con il passare del tempo)
– limitazione funzionale crescente, che può portare all’anchilosi dell’anca, ovvero blocco articolare, che porta a deambulare utilizzando per compenso il bacino e sovraccaricando l’altra anca.

Quando compaiono i sintomi è bene rivolgersi al medico specialista il prima possibile, perché nelle fasi iniziali il trattamento della coxartrosi può essere di tipo conservativo. Inoltre, poiché la coxartrosi è perl più di origine secondaria e deriva da piccole malformazioni articolari presenti sin da bambini, sarebbe consigliabile che sottoporsi a visita ortopedica sin dai 15 – 16 anni, a scopo preventivo, qualora fossero presenti dei sintomi, perché in questo caso si potrebbe effettuare un trattamento mini invasivo in artroscopia che preverrebbe la comparsa della coxartrosi. Alla prima visita, lo specialista analizza l’anamnesi del paziente, per escludere patologie della colonna lombare e porre quindi una diagnosi differenziale; quindi lo valuta, dapprima facendolo camminare, per evidenziare una eventuale zoppia o una caduta del bacino, successivamente facendolo distendere in decubito supino sul lettino, dove effettua delle manovre che servono per verificare il range di movimento dell’anca: flessione e successiva intrarotazione e extrarotazione (la flessione nel paziente affetto da coxartrosi può essere limitata e dolorosa e l’intrarotazione bloccata); in decubito laterale si testa invece il muscolo medio gluteo chiedendo al paziente di effettuare un’abduzione a ginocchio flesso, contro resistenza manuale del medico.

Se la coxartrosi è di entità moderata possibile fare delle terapie conservative di tipo farmacologico, come infiltrazioni a base di acido ialuronico o, meglio ancora, di cellule staminali, che nelle prime fasi della coxartrosi posso aiutare a ripristinare la cartilagine articolare danneggiata, ma questo solo nelle prime fasi della patologia.

Se invece la coxartrosi è in stato ormai avanzato, è necessario ricorrere all’intervento chirurgico, che consiste nell’impianto di una protesi che sostituisca l’articolazione irreparabilmente danneggiata. Le protesi di ultima generazione sono costituite da materiali a bassissimo impatto sul corpo umano (titanio per la parte femorale, acciaio per la parte che si inserisce nel cotile nel bacino e polietilene per la porzione che simula la testa del femore); sono di dimensioni compatte e la loro struttura consente di avere una notevole mobilità di articolare e una ridotta alterazione dell’apparato protesico negli anni.

L’intervento di protesi d’anca può essere effettuato a tutte le età, anche oltre i 90 anni, laddove non siano presenti controindicazioni. I protocolli di messa in carico del paziente post chirurgico prevedono di far deambulare il paziente il prima possibile, addirittura un’ora e mezza dopo l’intervento chirurgico, con l’ausilio di un deambulatore,mentre le attività quotidiane possono essere riprese nell’arco di 10-15 giorni. Per quanto concerne il protocollo riabilitativo post chirurgico, il paziente viene sottoposto inizialmente a mobilizzazione dell’arto passiva, attiva assistita e attiva, quindi a rinforzo muscolare, training deambulatorio e esercizio propriocettivo per consentire al paziente di recuperare l’autosufficienza nel minor tempo possibile.