Il dottor Ugo D’Alessandro e il dottor Giovanni Angiolini parlano di problematiche di spalla a “Buonasera dottore”, su TV2000.

L’articolazione della spalla è molto complessa, ha una vastissima mobilità e di conseguenza una ridotta stabilità. Durante la visita specialista si chiede al paziente di fare per prima cosa dei movimenti attivi per verificare il suo rangedi movimento massimo senza dolore, partendo dalle braccia lungo i fianchi e portando le braccia in apertura e in alto sin sopra la testa, successivamente sempre dalla stessa posizione di partenza portandole posteriormenteverso il sedere e facendole salire lungo la schiena, sin dove si riesce ad arrivare, e portando i gomiti avanti, e infine partendo con i gomiti piegati e le braccia attaccate ai fianchi, portandol’avambraccio verso l’esterno e verso l’interno (la pancia). Dopo aver valutato questa tipologia di movimenti si passa all’effettuazione di test specifici:

Test di Jobe (a sn): si chiede al paziente di abdurre le bracccia mantenendole intraruotate e si pone una resistenza minima al movimento;
Test dell’intratotazione (a dx): partendo col braccio dietro la schiena, si chiede al paziente di spingere verso l’esterno, mentre si oppone una leggera resistenza con la mano.

 

Entrambi questi test, se positivi (presenza di dolore) sono indicativi di una patologia connessa con i muscoli della cuffia dei rotatori, oppure di arotrosi o di una riduzione dello spazio subacromiale. Successivamente alla visita possono essere fatti degli esami diagnostici, su richiesta del medico specialista:

  • radiografia: consente di verificare la presenza di un quadro di artrosi della spalla e in alcuni casi di presumere la presenza di una lesione della cuffia dei rotatori, laddove si verifichi la rotazione della testa dell’omero;
  • ecografia e RM: permettono di verificare lo stato dei tendini della cuffia dei rotatori.

Una terza patologia che può ridurre la funzionalità della spalla è la spalla congelata (frozen shoulder): colpisce soprattutto le donne, prevalentemente tra i 35 e i 50 anni di età, e può essere associata a diverse patologie, quali il diabete e le malattie autoimmuni; la vera causa di insorgenza resta però tuttora ignota. Il trattamento della spalla congelata comprende la somministrazione di farmaci antinfiammatori per bocca, infiltrazioni di acido ialuronico e cosrticosteroidi, ma soprattutto è importante che il/la paziente sia sottoposto/a ad un percorso riabilitativo, che deve essere immediato, per evitare che la spalla si blocchi del tutto.

Il percorso riabilitativo, che è di lunga durata (dai due ai sei mesi) consta di terapie fisiche strumentali, come l’ipertermia (per approfondire leggi qui), di trattamento manuale e di esercizio terapeutico mirato.

Qualora il trattamento riabilitativo non sortisca gli effetti desiderati, si deve ricorrere al trattamento chirurgico, per scollare la capsula retratta.

 

Il dottor Giovanni Angiolini parla del trattamento dei dolori articolari a “Buonasera dottore” su TV2000

I dolori articolari possono essere trattati in diversi modi, a seconda del tipo di patologia che affligge l’articolazione e del suo stadio di avanzamento. Tra i  metodi di trattamento dei dolori articolari più conosciuti ci sono le infiltrazioni, che possono essere utilizzate nello stadio iniziale ed intermedio dell’artrosi e nelle patologie acute. Le articolazioni che maggiormente sono trattate con le infiltrazioni sono: il ginocchio, l’anca, la spalla e la caviglia, anche se tutte le articolazioni possono essee infiltrate, se necessario. Il preparato utilizzato nell’infiltrazione è di diverso tipo, a seconda dell’effetto che si vuole ottenere e del tipo di patologia trattata; in particolare, vengono utilizzati:

  • i corticosteroidi: utilizzati per lungo tempo in passato, oggi sono usati molto più di rado e con cautela, a causa dei numerosi effetti collaterali che presentano;
  • l’acido ialuronico: è una sostanza presente in notevole quantità nel corpo umano, come nella cute, laddove dona turgore ed elasticità al tessuto cutaneo; si trova anche nel liquido sinoviale, che è presente all’interno dell’articolazione. Strutturalmente è un polisaccaride (uno zucchero), che viene prodotto dai sinoviociti di tipo B (cellule presenti sulla membrana sinoviale, che riveste internamente l’articolazione) e rende il liquido sinoviale viscoso e così in grado di ammortizzare gli urti e di proteggere il tessuto cartilagineo. Con l’invecchiamento, i sinoviociti di tipo B producono meno acido ialuronico, la cui presenza viene quindi a ridursi all’interno del liquido sinoviale, con una conseguente riduzione del potere ammortizzante e protettivo. Con l’infiltrazione di acido ialuronico si ripristina la quantità di sostanza mancante, grazie ad un processo detto di viscosupplementazione, e di conseguenza la funzionalità che prima veniva meno. L’infiltrazione con acido ialuronico può essere ripetuta dalle tre a cinque volte per ciclo, per un totale di un paio di cicli all’anno;
  • le cellule staminali mesenchimali: sono cellule staminali adulte multipotenti, in grado cioè di differenziarsi in tessuto cartilagineo, osseo o adiposo. Vengono prelevate tramite una miniliposuzione dal tessuto adiposo dell’addome, subiscono quindi un processo di purificazione ed infine vengono iniettate al paziente sotto forma di una pappa. Hanno un elevatissimo potere rigenerativo, antinfiammatorio, con conseguente scomparsa del dolore, e ripristano la funzionalità articolare. Poiché si tratta di un tessuto vitale, che permane all’interno dell’articolazione una volta inoculato, può essere necessaria anche una sola iniezione di questo tessuto per ottenere i rsultati desiderati. Il procedimento va però fatto in una sala operatoria, perché è necessario un ambiente sterile.

Il dottor Giovanni Angiolini parla di lesioni meniscali a “Buonasera dottore” su TV2000

I menischi sono dei dischi fibrocartilaginei che proteggono la cartilagine articolare del ginocchio e contribuiscono ad una migliore distribuzione dei carichi all’interno dell’articolazione. Una lesione a carico dei menischi ha un effetto artrosizzante, ovvero contribuisce allo sviluppo precoce della gonartrosi; per questo motivo questo tipo di lesione deve essere trattata subito, cercando di preservare il più possibile la struttura meniscale interessata da essa.

La visita ortopedica prevede innanzitutto la raccolta dell’anamnesi del paziente: storia clinica, tipologia di dolore che il paziente avverte, tipologia di trauma subito. Per verificare che sia in atto una lesione meniscale il medico effettua due test specifici:

  • test di McMurray: con il pazientein posizione supina, tenendo le dita sulla rima articolare si flette il ginocchio del paziente, quindi si compiono dei movimenti di intra ed extrarotazione; il test si considera positivo (presenza di lesione meniscale) se il paziente avverte dolore alle rotazioni.
  • test di Apley: con il paziente in posizione prona, mantenendo il ginocchio flesso a 90°, si spinge la gamba verso il lettino facendo perno sul piede e poi si effettuano l’intra e l’extrarotazione; anche in questo caso il test è positivo se il paziente avverte dolore alle rotazioni.

Per avere conferma della lesione, già indicata da questi test, il medico richiede una risonanza magnetica.

Il trattamento della lesione meniscale è di tipo chirurgico, in artroscopia, durante la quale l’ortopedico effettua se possibile una sutura del menisco lesionato. L’artroscopia consente di intervenire con due piccoli fori, attraverso i quali vengono fatti passare un portale con telecamera e un portale con la strumentazione chirurgica. Per prima cosa si ripulisce la zona in cui si interviene, asportando ciò che non può essere suturato; poi si regolarizza la zona da trattare, si sutura dove necessario e si utilizza la radiofrequenza per compattare le fibre collagene del menisco.

Bisogna cercare di salvare il più possibile il menisco; prima si asportava tutta la struttura, causando gonartrosi precoce nel paziente; ora invece si cerca di conservare quanto più tessuto fibrocartilagineo possibile, per preservare la struttura meniscale. Dopo un intervento di meniscectomia selettiva, dove viene asportata solo la parte di menisco non suturabile, perché non vascolarizzata, il paziente può camminare sin dal giorno dopo l’intervento e riprendere attività sportiva dopo circa 20-30 giorni dall’intervento chirurgico. Se invece il paziente è sottoposto ad un intervento di sutura del menisco, che interessa la parte vascolarizzata e che deve produrre una cicatrice, per la buona riuscita dell’intervento è necessario proteggere la parte suturata, per consentire la formazione della suddetta cicatrice; perciò il paziente può riprendere a camminare tranquillamente dopo 20-30 giorni dall’intervento chirurgico, caricando sulla struttura operata.

L’intervento di sutura del menisco viene fatto su soggetti giovani, perché col passare degli anni la porzione vascolarizzata diminuisce sino a sparire; pertanto in soggetti over 50, in cui la vascolarizzazione è nulla e laformazione di cicatrice impossibile, questo tipo di intervento non si effettua.

Il dottor Giovanni Angiolini parla di gonartrosi a “Buonasera dottore” su TV2000

L’artrosi è una patologia molto diffusa, che colpisce l’80% delle persone con più di 50 anni. Una delle articolazioni più colpite è il ginocchio; in questo caso si parla di gonartrosi. Durante la visita ortopedica lo specialista tiene conto sia dell’anamnesi del paziente che della valutazione di alcuni prametri: nello specifico si verifica se l’asse del ginocchio è normoassiato o se invece è varo o valgo; si valuta se la deambulazione del paziente presenta alterazione dell’asse, se vi è zoppia, se il ginocchio resta leggermente flesso durante il cammino; a paziente supino sul lettino si valuta il ROM (Range of Motion), ovvero il range di movimento dell’articolazione del ginocchio, poi la stabilità delle strutture legamentose; si cercano quindi i punti dolenti, chiedendo anche al paziente di indicare il punto in cui avverte la sintomatologia dolorosa.

A seconda che la gonartrosi sia monocompartimentale o pancompartimentale (completa), il paziente si comporterà in maniera diversa: nel caso di gonartrosi monocompartimentale il paziente indicherà con un dito dove avverte il sintomo doloroso (il cosiddetto finger test), fattore questo utile anche per la successiva scelta terapeutica; nel caso di un’artrosi pancompartimentale, invece, il paziente posizionerà tutta la mano sul ginocchio, fattore indicativo che tutta l’articolazione è colpita dalla patologia.

Il trattamento della gonartrosi può essere di tipo conservativo o chirurgico: è possibile effettuare un trattamento di tipo conservativo quando la patologia è ancora in fase iniziale, per rallentare l’evoluzione degenerativa. Per prima cosa va fatta una particolare tipologia di RX, che consente di verificare l’assetto della rima articolare e di classificare lo stadio della gonartrosi: se il paziente ha la patologia al primo o secondo stadio, è possibile ricorrere a delle terapie conservative:

  • infiltrazioni a base di acido ialuronico
  • infiltrazioni a base di cellule mesenchimali

Entrambe hanno lo scopo di ridurre i sintomi e di migliorare il movimento dell’articolazione e sono somministrate in cicli terapeutici, la cui durata dipende dal tipo di farmaco utilizzato e dal quadro clinico del paziente.

Nel caso in cui il paziente abbia invce una gonartrosi di terzo o quarto stadio, si rende necessario l’intervento chirurgico di protesizzazione, che a seconda che la gonartrosi sia mono- o pancompartimentale, prevede la sostituzione della porzione di articolazione deteriorata (artroprotesi monocompartimentale) o dell’articolazione in toto (artroprotesi completa).

E’ bene mettere in pratica alcune regole per mantenere funzionale il ginocchio e prevenire la gonartrosi:

  • ridurre il sovraccarico aull’articolazione, riducendo quindi il peso corporeo;
  • alimentarsi in maniera adeguata
  • effettuare dell’attività fisica
  • in caso di comparsa di problemi al ginocchio, consultare subito l’ortopedico, perché in questo modo si può rallentare o addirittura bloccare il decorso di questa patologia degenerativa.

 

Il dottor Giovanni Angiolini parla della coxartrosi a “Buonasera Dottore” su TV 2000

L’artrosi è una patologia che colpisce più di 4 milioni di persone in Italia. Una delle articolazioni più colpite è l’anca; si parla quindi di coxartrosi. Fortunatamente la tecnologia consente oggi di trattare chirurgicamente questa patologia attraverso soluzioni mini invasive, che consentono il recupero della funzionalità dell’articolazione, attraverso la sua ricostruzione, e quindi la ripresa di una normale attività quotidiana, eliminando il sintomo più invalidante della patologia: il dolore.

Come spiega il dottor Giovanni Angiolini, la coxartrosi inizia da un danno alla cartilagine articolare, che progredisce con il passare del tempo, portando alla quasi totale scomparsa della stessa; contemporaneamente l’articolazione vie colpita da una infiammazione, i cui sintomi sono:

– dolore ingravescente (peggiora con il passare del tempo)
– limitazione funzionale crescente, che può portare all’anchilosi dell’anca, ovvero blocco articolare, che porta a deambulare utilizzando per compenso il bacino e sovraccaricando l’altra anca.

Quando compaiono i sintomi è bene rivolgersi al medico specialista il prima possibile, perché nelle fasi iniziali il trattamento della coxartrosi può essere di tipo conservativo. Inoltre, poiché la coxartrosi è perl più di origine secondaria e deriva da piccole malformazioni articolari presenti sin da bambini, sarebbe consigliabile che sottoporsi a visita ortopedica sin dai 15 – 16 anni, a scopo preventivo, qualora fossero presenti dei sintomi, perché in questo caso si potrebbe effettuare un trattamento mini invasivo in artroscopia che preverrebbe la comparsa della coxartrosi. Alla prima visita, lo specialista analizza l’anamnesi del paziente, per escludere patologie della colonna lombare e porre quindi una diagnosi differenziale; quindi lo valuta, dapprima facendolo camminare, per evidenziare una eventuale zoppia o una caduta del bacino, successivamente facendolo distendere in decubito supino sul lettino, dove effettua delle manovre che servono per verificare il range di movimento dell’anca: flessione e successiva intrarotazione e extrarotazione (la flessione nel paziente affetto da coxartrosi può essere limitata e dolorosa e l’intrarotazione bloccata); in decubito laterale si testa invece il muscolo medio gluteo chiedendo al paziente di effettuare un’abduzione a ginocchio flesso, contro resistenza manuale del medico.

Se la coxartrosi è di entità moderata possibile fare delle terapie conservative di tipo farmacologico, come infiltrazioni a base di acido ialuronico o, meglio ancora, di cellule staminali, che nelle prime fasi della coxartrosi posso aiutare a ripristinare la cartilagine articolare danneggiata, ma questo solo nelle prime fasi della patologia.

Se invece la coxartrosi è in stato ormai avanzato, è necessario ricorrere all’intervento chirurgico, che consiste nell’impianto di una protesi che sostituisca l’articolazione irreparabilmente danneggiata. Le protesi di ultima generazione sono costituite da materiali a bassissimo impatto sul corpo umano (titanio per la parte femorale, acciaio per la parte che si inserisce nel cotile nel bacino e polietilene per la porzione che simula la testa del femore); sono di dimensioni compatte e la loro struttura consente di avere una notevole mobilità di articolare e una ridotta alterazione dell’apparato protesico negli anni.

L’intervento di protesi d’anca può essere effettuato a tutte le età, anche oltre i 90 anni, laddove non siano presenti controindicazioni. I protocolli di messa in carico del paziente post chirurgico prevedono di far deambulare il paziente il prima possibile, addirittura un’ora e mezza dopo l’intervento chirurgico, con l’ausilio di un deambulatore,mentre le attività quotidiane possono essere riprese nell’arco di 10-15 giorni. Per quanto concerne il protocollo riabilitativo post chirurgico, il paziente viene sottoposto inizialmente a mobilizzazione dell’arto passiva, attiva assistita e attiva, quindi a rinforzo muscolare, training deambulatorio e esercizio propriocettivo per consentire al paziente di recuperare l’autosufficienza nel minor tempo possibile.